Estratto dal capolavoro di Khalil Gibran – Il profeta

 

Si, voi siete come l’oceano.
E benché le vostra navi coi loro pesanti carichi siano in attesa della marea sui vostri lidi, voi, cosi come l’oceano, non potete affrettare le vostre maree.
Ed anche siete simili alle stagioni,
E benché nel vostro inverno voi rinneghiate la vostra primavera;
Tuttavia la primavera che riposa in voi sorride nel suo assopimento e non è per nulla offesa.
Io vi parlo in parole di ciò che voi già conoscete in pensiero.
E che cos’è la conoscenza attraverso le parole se non un’ombra della conoscenza che non ha parole?
I vostri pensieri e le mie parole sono onde provenienti da una memoria sigillata testimone dei nostri ieri,
E degli antichi giorni in cui la terra ignorava noi e se stessa,
E delle notti in cui la terra era attraversata dal caos. 

Ed ecco, ho trovato qualcosa che è più della saggezza.
E’ uno spirito di fiamma dentro di voi che s’alimenta di se stessa,
Mentre voi, incuranti del suo espandersi, piangete lo sfiorire dei vostri giorni.
E’ la vita che cerca la vita in corpi che temono la tomba. 

[…] Voi date molto e non sapete che date tutto.
In verità la cortesia che si guarda in uno specchio si tramuta in pietra,
E una buona azione che teneramente si compiace di sé si fa madre di una maledizione.

[…] E altri ancora tra voi mi hanno apostrofato, ma non con parole, dicendo:
«Straniero, straniero amante d’irragiungibili altezze, perché vivi sulle cime dove le aquile costruiscono i loro nidi?
Perché cerchi l’inattingibile?
Vieni e si uno di noi.
Discendi e placa la tua fame col nostro pane e appaga la tua sete col nostro vino».
Nella solitudine delle loro anime dicevano tali cose;
Ma fosse stata più profonda la loro solitudine, avrebbero inteso che io non altro cercavo che la vostra gioia e la vostra pena,
E che solo inseguivo l’io vostro più grande che si libra nel cielo.
Ma il cacciatore era anche preda;
Poiché molte delle mie frecce partirono dal mio arco soltanto per cercare il mio proprio petto.
Ed io, il credente, fui anche un dubbioso;
Poiché spesso posi il dito nella mia stessa ferita per poter avere più grande fede in voi e più larga conoscenza di voi. 

Ed è con questa fede e questa conoscenza che vi dico:
Voi non siete rinchiusi nei vostri corpi, né confinati nella case o nei capi.
Ciò che voi siete dimora sui monti ed erra nel vento.
Non è qualcosa che striscia nel sole per scaldarsi o scava buche nel buio per cercarsi un rifugio.
Ma è qualcosa di libero, uno spirito che avvolge la terra e vaga nell’etere. 

Se queste vi sembrano vaghe parole, non provate a chiarirle.
Vago e nebuloso è il principio di tutte le cose, ma non il loro ultime fine. 

[…] Ma voi né vedete né udite, e questo è un bene.
Il velo che annuvola i vostri occhi sarà sollevato dalle mani di chi l’ha intessuto,
E la creta che vi riempie le orecchie sarà forata dalle dita che l’hanno impastata.
E voi vedrete.
E voi udrete.
Ma non vi rammaricherete d’aver conosciuto la cecità, non rimpiangerete d’essere stati sordi. Poiché in quel giorno conoscerete il fine che si nasconde in ogni cosa,
E voi benedirete le tenebre cosi come benedireste la luce. 

Paziente, fin troppo paziente è il capitano della mia nave.
Il vento soffia e le vele sono inquiete;
Anche il timone chiede la sua rotta;
Ma il mio capitano attende tranquillo il mio silenzio.
E questi mie marinai, che hanno udito il coro del mare aperto, mi hanno anch’essi ascoltato pazientemente.
Ora non aspetteranno più a lungo.
Sono pronto.
Il fiume è sfociato nel mare, e ancora una volta la grande madre accoglie il figlio al suo petto. 

 

« Metà di ciò che dico è insensato, ma lo dico perché l’altra metà possa raggiungervi»

Il profeta – Khalil Gibran 

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Annalisa Pollina
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