Fuoco e Sangue | La psicologia di Daenerys Targaryen

“Il ribelle di oggi è il tiranno di domani.” (Will Durant)

Con l’ottava (e ultima) stagione appena conclusa, si chiude il ciclo della serie Tv più fortunata degli ultimi anni, parliamo ovviamente di “The Games of Thrones” di George R.R. Martin, che nella versione italiana prende il nome de “Il Trono di Spade”. Come tutte le grandi serie che si rispettino e che entrano nel cuore dei telespettatori e dei fan, il finale lascia sempre con l’amaro in bocca, sia perché non vedremo più le gesta dei vari Jon, Daenerys, Sansa, Tyrion, Arya, Jaime, Cersei, ecc, sia per le scelte (discutibili o meno) che hanno portato gli sceneggiatori a decidere delle sorti dei nostri beniamini. Sorti che per alcuni personaggi come la “Madre dei Draghi”, ne hanno rivoluzionato l’arco narrativo.

“Non è a me che dovete la vostra libertà. Io non posso darvela. La vostra libertà non appartiene a me. Appartiene solamente a voi. Se la volete, sta a voi riprendervela. A ciascuno di voi .” (Daenerys Targaryen)

In questo articolo non andremo ad analizzare la stagione finale, ne tanto meno andremo a muovere delle critiche per le scelte che sono state effettuate, piuttosto proveremo a dare alcuni spunti di ragionamento che possano servirci per analizzare l’aspetto psicologico che ha portato la “Madre dei Draghi”, da vittima sacrificale del fratello Viserys, a carnefice di Approdo del Re. Anche perché, facendo le dovute considerazioni, quello che vediamo nella finzione televisiva non è molto distante da ciò che viviamo nelle nostre vite. Quante volte ci siamo sentiti vittime, per poi diventare a nostra volta carnefici, quando gli eventi l’avessero permesso? L’osservazione e l’analisi di un personaggio amato e ammirato, seppur nella sua finzione scenica, che cambia radicalmente il suo atteggiamento, può portare, con le dovute considerazioni, ad una profonda analisi interiore, poiché le rappresentazioni televisive cosi come in passato avveniva per le rappresentazioni classiche, portano in scena i drammi dell’animo umano.

Quanti di noi si sono immedesimati nella povera Daenerys, quando contro la sua volontà e per soddisfare la sete di potere del fratello viene costretta a sposare il brutale signore dei Dothraki? Oppure, come nel caso di un altro dei personaggi in assoluto più amati della serie, il Lord di Grande Inverno, Ned Stark, quando viene eseguita la sua condanna a morte? L’identificazione, il sentirsi vicini al personaggio preferito, il riconoscersi con una figura in particolare, è uno degli strumenti principali che vengono utilizzati per creare un aggancio emotivo, da cui lo spettatore difficilmente potrà svincolarsi.

“Non voglio che tu sia un eroe: gli eroi fanno cose stupide, quindi in genere muoiono.” (Daenerys Targaryen)

Il personaggio di Daenerys, magistralmente interpretato dall’attrice inglese Emilia Clarke, incarna a pieno quella voglia di riscatto che ognuno di noi ha sperimentato almeno una volta nella vita.  Il viaggio che la “Madre dei Draghi” è destinata a compiere rappresenta archetipicamente il “viaggio dell’eroe” di Junghiana memoria. All’interno del suo personaggio possiamo scorgere nelle diverse fasi della sua vita i 12 archetipi primordiali; l’Innocente, l’Orfano, il Guerriero, l’Angelo custode, l’Amante, il Cercatore, il Distruttore, il Creatore, il Sovrano, il Mago, il Saggio, il Folle. Ognuno rappresentato all’interno dello spazio psicologico della regina dei Draghi. Ma cosa ha portato al cambiamento che abbiamo visto nell’ultima stagione? Al passaggio da distruttrice di catene a possibile tiranno? Da vittima a carnefice?

Può sembrare strano ma entrambi i ruoli hanno molto in comune, la cosa che li lega maggiormente è il bisogno di considerazione, la vittima spesso e volentieri ha bisogno di sentirsi tale per circondarsi di persone che gli dimostrino il loro affetto, per sentirsi apprezzata, protetta, per guadagnarsi attraverso l’autocommiserazione quelle attenzioni che magari non le verrebbero riconosciute. La vittima è capace di creare intorno a sé un mondo che gli permette di confermare la sua visione, in cui può incolpare tutti, poiché gli altri sono colpevoli, ed egli è il martire sacrificale. Il carnefice allo stesso modo per potersi permettere il dominio sugli altri, attacca tutti coloro che minacciano il suo modo di vedere, spesso non per cattiveria, ma perché pensa che il suo sia l’unico modo possibile. Non c’è bene o male ad essere vittima o carnefice, entrambi sono mossi da un sentimento comune ovvero la rabbia. La rabbia è il motore che anima entrambi i ruoli, dalla vittima che vuole il riscatto, al carnefice che vuole il dominio e il mantenimento delle suo modo di vedere.

Alla luce di queste considerazioni è abbastanza chiaro qual è il sentimento che ha generato il cambiamento della “Madre dei Draghi”, la rabbia. Rabbia che emerge in maniera chiara e visibile dopo la morte della sua consigliera/amica Missandei, e che trova il culmine dopo la resa di Approdo del Re, con la distruzione di quest’ultima e dell’intera popolazione. Questi eventi sanciscono la definitiva trasformazione da vittima a carnefice. Questo cambiamento però non deve coglierci di sorpresa, poiché i segni erano già visibili, da qualche puntata a questa parte. Quello che invece possiamo cogliere tralasciando per un attimo la finzione televisiva  è che; ciò che vediamo rappresentato può benissimo avvenire in noi stessi. Questo è dovuto principalmente ad uno strano psichismo che l’uomo ha sviluppato nel corso dei secoli.

Per approfondire l’argomento psichismo: 

La spiritualità contemporanea | Tratti di un ormai degenerato psichismo

Nota: Questo breve articolo non vuole essere considerato come esaustivo, l’interpretazione dei simboli e dei significati è del tutto personale, non suffragata da nessuna tesi esistente in precedenza o fonte terza.

 

Di: Placido Schillaci 

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