La totalità dell’Essere | Carlos Castaneda

Il benefattore spiegò a don Juan che quando era giovane e gli fu presentato per la prima volta il concetto della regola come mezzo di liberazione, s’era sentito sollevato, euforico dalla gioia. Per lui la libertà era un fatto reale, subito voltato l’angolo. Quando giunse alla natura della regola come mappa, le sue speranze e il suo ottimismo raddoppiarono. Più tardi la ragionevolezza si impose nella sua vita; più invecchiava, meno probabilità vedeva per il proprio successo e per quello della sua compagnia. Alla fine si convinse che per quanto avesse fatto, la loro debole consapevolezza umana avrebbe avuto ben scarse occasioni di spiccare mai il volo verso la libertà. Si mise in pace con se stesso e con la sua sorte e ammise la propria sconfitta. Dal suo più profondo essere disse all’Aquila che era contento e fiero di aver coltivato la propria consapevolezza. L’Aquila poteva anche prendersela.

Don Juan ci disse che la stessa disposizione d’animo accomunava tutti i componenti del seguito del suo benefattore. Quella libertà proposta nella regola era qualcosa che consideravano irraggiungibile. Avevano colto qualche barlume della forza annientatrice che costituisce l’essenza dell’Aquila, e avevano sentito di non aver nessuna possibilità di sostenerne l’urto. Si erano comunque trovati tutti d’accordo che avrebbero continuato a vivere la loro vita impeccabilmente per nessun’altra ragione se non quella di essere impeccabili. Don Juan disse che il benefattore e il suo gruppo, nonostante si rendessero conto della propria inadeguatezza o forse proprio per questa ragione, finirono col trovare la libertà. Entrarono nella terza attenzione, non tutti insieme, però, uno alla volta. Il fatto di aver trovato il passaggio di uscita costituiva la definitiva riprova della verità contenuta nella regola. L’ultimo a lasciare il mondo della consapevolezza della vita d’ogni giorno fu il benefattore.

Egli si adeguò alla regola e prese con sé la donna Nagual di don Juan. Quando entrambi si dissolsero nella consapevolezza totale, don Juan e i suoi guerrieri si sentirono esplodere dall’interno, non gli riusciva di trovare un altro modo per descrivere la sensazione provocata dal
trovarsi obbligati a dimenticare tutto quello di cui erano stati testimoni nel mondo del benefattore. L’unico che non dimenticò mai fu Silvio Manuel. Fu lui che impegnò don Juan nello sforzo sfibrante di riunire ancora i membri del loro gruppo che erano stati tutti dispersi. Poi li fece sprofondare nell’impresa di ritrovare la totalità. Ci vollero anni per portare a termine questi due compiti. Don Juan aveva già discusso a lungo l’argomento del dimenticare, ma solo in relazione alla grande difficoltà di riunirsi di nuovo o di ripartire senza il benefattore. Non ci disse mai esattamente che cosa implicasse il dimenticare o recuperare la totalità del proprio essere. Al riguardo si atteneva all’insegnamento del suo benefattore, di limitarsi ad aiutarci ad aiutare noi stessi. A questo scopo insegnò alla Gorda e a me a vedere insieme e
riuscì a dimostrarci che, anche se gli esseri umani appaiono a un veggente come uova luminose, questa forma oblunga è solo un bozzolo esterno, un guscio di luminosità che ospita un nucleo molto interessante, indimenticabile, mesmerico, costituito da circoli concentrici di luminosità giallastra, dello stesso colore della fiamma di una candela.

Durante la nostra riunione finale, ci fece vedere della gente che s’aggirava nei paraggi di una chiesa. Era tardo pomeriggio, quasi buio, eppure tutte quelle creature entro il loro rigido bozzolo luminoso irraggiavano luce sufficiente a rendere chiara ogni cosa intorno. Era uno spettacolo portentoso. Don Juan spiegò che i gusci oblunghi che ci sembravano così brillanti erano in realtà opachi. La luce emanava dal nucleo luminoso, e il guscio non faceva altro che ridurre l’intensità. Don Juan ci rivelò che si doveva rompere il guscio per liberare l’Essere. Lo si doveva rompere dall’interno e al tempo giusto, come chi nasce dall’uovo che si schiude ne deve rompere il guscio. Se non ci riesce, soffoca e muore. Proprio come quelle creature, un guerriero non ha modo di rompere il guscio della sua luminosità finché non è arrivato il momento giusto. Don Juan ci disse che l’unico modo per rompere il guscio, l’unico mezzo per liberare quell’ossessionante nucleo luminoso, il nucleo della consapevolezza che è cibo dell’Aquila, è quello di perdere la forma umana. Rompere il guscio significa ricordare il proprio altro e raggiungere la totalità dell’essere.

Estratto da “Il Dono dell’Aquila” di Carlos Castaneda

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