Le prove dell’esistenza di Dio e dell’anima umana, ossia i fondamenti della metafisica | Renè Descartes

Le prove dell’esistenza di Dio e dell’anima umana, ossia i fondamenti della metafisica.

Non so se debbo riferirvi le prime meditazioni che ho
fatto qui; perché sono tanto astratte e tanto insolite, che
non saranno forse apprezzate da tutti. Tuttavia, perché si
possa giudicare se sono abbastanza solidi i fondamenti
che mi son dato, mi trovo in qualche modo costretto a
parlarne. Avevo notato da tempo, come ho già detto, che
in fatto di costumi è necessario qualche volta seguire
opinioni che si sanno assai incerte, proprio come se fossero
indubitabili; ma dal momento che ora desideravo
occuparmi soltanto della ricerca della verità, pensai che
dovevo fare proprio il contrario e rigettare come assolutamente
falso tutto ciò in cui potevo immaginare il minimo
dubbio, e questo per vedere se non sarebbe rimasto,
dopo, qualcosa tra le mie convinzioni che fosse interamente
indubitabile. Così, poiché i nostri sensi a volte ci
ingannano, volli supporre che non ci fosse cosa quale
essi ce la fanno immaginare. E dal momento che ci sono
uomini che sbagliano ragionando, anche quando considerano
gli oggetti più semplici della geometria, e cadono
in paralogismi, rifiutai come false, pensando di essere
al pari di chiunque altro esposto all’errore, tutte le ragioni
che un tempo avevo preso per dimostrazioni. Infine,
considerando che tutti gli stessi pensieri che abbiamo
da svegli possono venirci anche quando dormiamo                                                               

senza che ce ne sia uno solo, allora, che sia vero, presi
la decisione di fingere che tutte le cose che da sempre si
erano introdotte nel mio animo non fossero più vere delle
illusioni dei miei sogni. Ma subito dopo mi accorsi
che mentre volevo pensare, così, che tutto è falso, bisognava
necessariamente che io, che lo pensavo, fossi
qualcosa. E osservando che questa verità: penso, dunque
sono, era così ferma e sicura, che tutte le supposizioni
più stravaganti degli scettici non avrebbero potuto
smuoverla, giudicai che potevo accoglierla senza timore
come il primo principio della filosofia che cercavo.
Poi, esaminando esattamente quel che ero, e vedendo
che potevo fingere di non avere nessun corpo, e che non
ci fosse mondo né luogo alcuno in cui mi trovassi, ma
che non potevo fingere, perciò, di non esserci; e che al
contrario, dal fatto stesso che pensavo di dubitare della
verità delle altre cose, seguiva con assoluta evidenza e
certezza che esistevo; mentre, appena avessi cessato di
pensare, ancorché fosse stato vero tutto il resto di quel
che avevo da sempre immaginato, non avrei avuto alcuna
ragione di credere ch’io esistessi: da tutto ciò conobbi
che ero una sostanza la cui essenza o natura sta solo nel
pensare e che per esistere non ha bisogno di alcun luogo
né dipende da qualcosa di materiale. Di modo che questo
io, e cioè la mente per cui sono quel che sono, è interamente
distinta dal corpo, del quale è anche più facile a
conoscersi; e non cesserebbe di essere tutto quello che è
anche se il corpo non esistesse.

Dopo di ciò, considerai in generale quel che si richiede
ad una proposizione perché sia vera e certa; infatti, poiché
ne avevo appena trovata una che sapevo essere tale,
pensai che dovevo anche sapere in che cosa consiste
questa certezza. E avendo notato che non c’è niente altro
in questo io penso, dunque sono, che mi assicuri di dire
la verità, se non il fatto di vedere molto chiaramente
che, per pensare, bisogna essere, giudicai che potevo
prendere come regola generale che le cose che concepiamo
molto chiaramente e molto distintamente sono
tutte vere; e che c’è solo qualche difficoltà a vedere bene
quali sono quelle che concepiamo distintamente.
In seguito a ciò, riflettendo sul fatto che dubitavo, e che
di conseguenza il mio essere non era del tutto perfetto,
giacché vedevo chiaramente che conoscere è una perfezione
maggiore di dubitare, mi misi a cercare donde
avessi appreso a pensare qualcosa di più perfetto di quel
che ero; e conobbi in maniera evidente che doveva essere
da una natura che fosse di fatto più perfetta. Per quel
che riguarda i pensieri che avevo di molte altre cose
fuori di me, come il cielo, la terra, la luce, il calore, e
mille altre, non mi davo molta pena di cercare donde mi
venissero, giacché non notavo in essi nulla che li rendesse
superiori a me, e perciò potevo credere che, se
erano veri, dipendevano dalla mia natura in quanto dotata
di qualche perfezione; e se non lo erano, mi venivano
dal nulla, cioè erano in me per una mia imperfezione.

Ma non potevo dire lo stesso dell’idea di un essere più
perfetto del mio: perché, che mi venisse dal nulla, era
chiaramente impossibile; e poiché far seguire o dipende-
re il più perfetto dal meno perfetto è altrettanto contraddittorio
quanto far procedere qualcosa dal nulla, non poteva
neppure venire da me stesso. Di modo che restava
che fosse stata messa in me da una natura realmente più
perfetta della mia, e che avesse anche in sé tutte le perfezioni
di cui potevo avere qualche idea, e cioè, per
spiegarmi con una sola parola, che fosse Dio. A questo
aggiunsi che, poiché conoscevo qualche perfezione di
cui mancavo del tutto, non ero il solo essere esistente
ma occorreva necessariamente che ce ne
fosse qualche altro più perfetto, dal quale dipendevo e
dal quale avevo ottenuto tutto quel che avevo. Giacché
se ne fossi stato solo e indipendente da ogni altro e
avessi così avuto da me stesso tutto quel poco che partecipavo
dell’essere perfetto, avrei potuto avere da me, per
la stessa ragione, tutto il di più che sapevo mancarmi, ed
essere per tanto io stesso infinito, eterno, immutabile,
onnisciente, onnipotente, avere insomma tutte le perfezioni
che potevo vedere in Dio. Poiché, seguendo i ragionamenti
appena fatti, per conoscere la natura di Dio
per quanto la mia ne era capace, non dovevo far altro
che considerare ogni cosa di cui trovavo in me qualche
idea, se era una perfezione possederla, e così ero sicuro
che nessuna di quelle che indicavano qualche imperfezione
era in lui, mentre vi erano tutte le altre. Così vedevo
che il dubbio, l’incostanza, la tristezza e le altre cose
simili a queste non potevano essere in lui dal momento
che sarei stato anch’io ben felice di esserne privo. Oltre
a ciò avevo idee di cose sensibili e corporee: giacché anche
se supponevo di sognare, e che fosse falso tutto quel
che supponevo o immaginavo, non potevo negare tuttavia
che le idee di queste cose fossero realmente nel mio
pensiero. Ma poiché avevo conosciuto molto chiaramente
in me stesso che la natura intelligente è distinta
da quella corporea, considerando che ogni composizione
attesta una dipendenza, e che la dipendenza è manifestamente
un difetto, giudicai da ciò che non avrebbe potuto
costituire una perfezione in Dio l’essere composto
di quelle due nature, e dunque che non lo era; e che
anzi, se c’era qualche corpo al mondo, o qualche intelligenza
o altre nature che non fossero del tutto perfette, la
loro esistenza doveva dipendere dalla sua potenza in
modo tale che non potessero sussistere un solo momento
senza di lui.

Dopo di ciò, volli cercare altre verità, e rivoltomi all’oggetto
della geometria, che concepivo come un corpo
continuo ovvero uno spazio indefinitamente esteso in
lunghezza, larghezza, altezza o profondità, divisibile in
diverse parti, che potevano avere varie figure e grandezze,
ed essere mosse a piacere o trasportate da un posto a
un altro, giacché proprio questo i geometri suppongono
nel loro oggetto, ripercorsi alcune delle loro più semplici
dimostrazioni. E avendo notato che quella gran certezza
che tutti vi riconoscono è fondata soltanto sul fatto
che sono concepite con evidenza, secondo la regola che
ho appena esposto, notai anche che non c’era assolutamente
nulla, in esse, che mi assicurasse dell’esistenza
del loro oggetto. Giacché, per esempio, vedevo bene
che, supposto un triangolo, era necessario che i suoi angoli
fossero uguali a due retti; ma con questo non vedevo
nulla che mi assicurasse dell’esistenza di qualche
triangolo nel mondo. Mentre, tornando alla mia idea di
un essere perfetto, trovavo che l’esistenza vi era compresa
come è compreso nell’idea di un triangolo che i suoi
angoli sono uguali a due retti, o in quella di una sfera
che tutte le sue parti sono equidistanti dal centro, o anche
con maggiore evidenza; e per conseguenza che Dio,
che è questo essere perfetto, è o esiste, è almeno altrettanto
certo quanto potrebbe esserlo una qualunque dimostrazione
della geometria.
Ma la ragione per cui molti si convincono che ci sono
difficoltà a conoscere ciò, è anche a conoscere che cosa
è la propria anima, è che non portano mai la loro mente
al di là delle cose sensibili, e sono talmente abituati a
non considerare nessuna cosa se non immaginandola
da ritenere che tutto quel che non è immaginabile non è
neppure intelligibile. Ciò appare abbastanza chiaro dal
fatto che anche i filosofi delle Scuole considerano come
massima che nulla sia nell’intelletto che prima non sia
stato nel senso: dove è certo tuttavia che le idee di Dio e
dell’anima non sono mai state. E mi sembra che quelli
che vogliono far uso della loro immaginazione per comprenderle,
fanno proprio come se volessero servirsi degli
occhi per udire i suoni o sentire gli odori: con in più
questa differenza, che la vista non ci rende meno sicuri
della verità dei suoi oggetti, di quanto facciano l’odorato
e l’udito; mentre né l’immaginazione né i sensi potrebbero
mai renderci certi di qualcosa senza l’intervento del
nostro intelletto.

Infine, se ci sono ancora degli uomini non abbastanza
persuasi dell’esistenza di Dio e della loro anima per le
ragioni che ho portato, voglio proprio che sappiano che
tutte le altre cose di cui pensano di essere forse più sicuri,
come di avere un corpo, e dell’esistenza degli astri,
della terra e simili, sono meno certe. Perché sebbene si
abbia di queste una certezza morale, tale che non si possa
dubitarne a meno di non essere stravaganti, tuttavia, a
meno di non essere irragionevoli, quando è in questione
una certezza metafisica, non si può neanche negare che
sia un motivo sufficiente per non ritenersi interamente
certi quello di accorgersi che si può, allo stesso modo,
immaginare nel sonno di avere un altro corpo, o di vedere
altri astri o un altra terra senza che ci sia nulla di
tutto questo. Perché da dove sappiamo che sono più falsi
degli altri i pensieri che ci vengono in sogno, visto che
non sono spesso meno vivaci e netti? Cerchino pure i
migliori ingegni, fintanto che a loro piace: non vedo che
possano addurre una ragione sufficiente a togliere questo
dubbio, se non presuppongono la esistenza di Dio.
Perché, in primo luogo, anche quella che ho assunto
poc’anzi come regola, cioè che le cose che concepiamo
molto chiaramente e distintamente sono tutte vere, non è
certa se non perché Dio è o esiste, perché è un essere
perfetto e perché da Lui riceviamo tutto quello che è in
noi. Di qui segue che le nostre idee o nozioni, essendo
in tutto ciò per cui sono chiare e distinte cose reali e che
ci vengono da Dio, non possono in questo non essere
che vere. Di modo che, se spesso ne abbiamo che contengono
del falso, non può trattarsi che di quelle che
hanno qualcosa di confuso e oscuro, per il fatto che partecipano
in questo del nulla, e cioè sono in noi così confuse
solo perché non siamo del tutto perfetti. Ed è evidentemente
tanto impensabile che il falso o l’imperfezione,
in quanto tale, procedano da Dio, quanto lo è che
la verità o la perfezione proceda dal nulla. Ma se non sapessimo
che tutto ciò che vi è in noi di reale e di vero ci
viene da un essere perfetto e infinito, per chiare e distinte
che fossero le nostre idee non avremmo nessuna ragione
di essere certi che hanno la perfezione di essere
vere.

Ora, dopo che la conoscenza di Dio e della mente ci ha
in tal modo reso certi di questa regola, è ben facile intendere
che i sogni immaginati nel sonno non debbono
in nessun modo farci dubitare della verità dei pensieri
che abbiamo durante la veglia. Perché se ci accadesse di
avere, anche dormendo, qualche idea molto distinta, se
un geometra, per esempio, scoprisse qualche nuova dimostrazione,
il fatto ch’egli dorma non le impedirebbe
di essere vera. E quando all’errore più comune dei nostri
sogni, che consiste nel fatto che ci rappresentano diversi
oggetti proprio come i sensi esterni, poco importa che ci
dia motivo di diffidare della verità di queste idee, giacché
spesso possiamo benissimo ingannarci senza che
dormiamo: come quando l’itterizia ci fa vedere tutto
giallo, o quando ci sembra che gli astri o altri corpi lontanissimi
siano molto più piccoli di quel che sono. Perché
insomma, sia che vegliamo, sia che dormiamo, non
dobbiamo lasciarci convincere che dall’evidenza della
nostra ragione. E si badi che dico: della nostra ragione, e
non della nostra immaginazione, o dei nostri sensi. Così
il sole, sebbene lo vediamo molto chiaramente, non dobbiamo
perciò giudicarlo piccolo come lo vediamo; e
possiamo ben immaginare distintamente una testa di
leone innestata sul corpo di una capra, senza dover concludere
perciò che ci sia al mondo una chimera: perché
la ragione non ci dice affatto che quel che così vediamo
o immaginiamo è anche vero. Ci dice bensì che tutte le
nostre idee o nozioni debbono avere qualche fondamento
di verità; giacché in caso contrario non sarebbe possibile
che Dio, che è assolutamente perfetto e veritiero, le
avesse messe in noi. E poiché i nostri ragionamenti non
sono mai così evidenti né completi nel sonno come nella
veglia, sebbene le immagini quando dormiamo possano
essere a volte altrettanto o anche più vivaci e nette, la
ragione ci dice ancora che, non potendo i nostri pensieri
essere in tutto veri dal momento che non siamo interamente
perfetti, quanto hanno di verità deve trovarsi in
quelli che abbiamo da svegli, piuttosto che nei nostri sogni.

 

Estratto da: “Discorso sul metodo” di Renè Descartes (Cartesio)

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