L’eterno Femminino | Agata il mito e la tradizione

“Ecce iam séquitur Agnum pro nobis crucifíxum strénua virgo, pudóris hóstia, víctima castitátis”

 

Introduzione:

 

Il 5 febbraio del calendario gregoriano si celebra la festa liturgica di Sant’Agata, particolarmente sentita e festeggiata nella città di Catania di cui è patrona, oltre che di Malta e della repubblica di San Marino. Agata il cui nome in greco può avere doppio significato Ἀγαθὴ o Ἀγάθη (Agathe), che significava “buona”, “valente”, “onesta”, “nobile d’animo”, o sempre dal greco Ἀχάτη (akhates tramite il latino achates) che significa “splendente”, è stata secondo la tradizione cattolica arrivata sino a noi, martire, vergine e santa vissuta a Catania all’incirca nel terzo secolo dopo Cristo.

Secondo la leggenda Agata nacque nei primi decenni del III secolo (235 circa), in una famiglia siciliana ricca e nobile, originaria di Palermo o di Catania a seconda delle fonti che vengono proposte, deve la nascita del suo culto e della grande devozione dei Catanesi nei suoi confronti, dal martirio subito sotto il proconsolato di Quinziano, rappresentante del potere decentrato dell’impero Romano nel capoluogo Etneo in quel periodo storico. La tradizione vuole che quest’ultimo si invaghì di Agata e le ordinò di rinnegare la sua fede (Agata era Cristiana), il rifiuto deciso della giovane la trascino in un vortice di violenza, in forza dell’editto di persecuzione dell’imperatore Decio (249 d.C), Quinziano l’accusò di vilipendio della religione di Stato, accusa comune a tutti i cristiani, quindi avviò un processo contro di Lei, in pochissimo tempo, la giovane finì in carcere dove tentarono ulteriormente di piegarla alla volontà del proconsole. Dopo essere stata fustigata, fu sottoposta ad un violentissimo gesto, le furono strappati i seni con delle tenaglie, fu costretta a camminare sui carboni ardenti, la folla dei catanesi, a questo punto si ribella all’atroce supplizio della giovane vergine, allora il proconsole fa togliere Agata dalla brace e la fa riportare agonizzante in cella, dove muore qualche ora dopo, il 5 febbraio del 251 d.C.

Analisi di alcuni punti chiave

La leggenda ci dice che questa giovane donna iniziata e consacrata alla nascente religione Cristiana (viene descritta come Diaconessa di Cristo), resiste con forza e fede alle manifestazioni di forza e arroganza del proconsole romano, dopo aver subito diverse violenze. Dal nostro punto di vista possiamo riscontrare alcuni riferimenti chiave che riportano o meglio aprono delle visioni/intuizioni di quello che è un processo interno, esoterico (dal greco: esōterikós da esòte-ros interiore comparativo di esò o iso dentro), di una filosofia per cosi dire “iniziatica”, che troviamo anche in altri miti.

Effettuando una ricerca tra le varie testimonianze ufficiali o presunte tali, il primo passaggio che ci permette di fare dei collegamenti è la persecuzione che imponeva; che tutti i cristiani denunciati o no, dovevano essere ricercati automaticamente dalle autorità locali, arrestati, torturati e poi uccisi. Come nel mito di Mosè e in quello Cristico, anche qui la strage molto simile a quella degli innocenti degli altri due, che colpisce indistintamente tutti i primi cristiani, se nelle tradizioni bibliche abbiamo la persecuzione degli ebrei qui invece sono proprio i cristiani ad essere perseguitati, questo a noi importa ben poco, perché non sono i popoli o le religioni che si cerca di colpire quando parliamo di filosofia iniziatica, ma piuttosto quell’anima che cerca di ribellarsi e liberarsi dal potere del più forte, del proconsole in questo caso che rappresenta l’ego/aggregato. Si capisce che l’anima in questione è la parte Reale che inizia a destarsi.

Secondo la Passio Sanctae Agathae:

“Agata cresciuta nella sua fanciullezza e adolescenza in bellezza, candore e purezza verginale, sin da piccola sentì nel suo cuore il desiderio di appartenere totalmente a Cristo e quando giunse sui 15 anni, sentì che era giunto il momento di consacrarsi a Dio”.

Il 15 è un numero simbolico, che rappresenta il “lavoro” che deve fare l’anima per liberarsi. L’Arcano 15 rappresenta proprio la passione, il Baphomet degli antichi templari, ovvero la natura inferiore (inferiore intesa come natura di mantenimento, non in maniera negativa o morale), le passioni dell’animale, che deve essere ripulita, imbiancata, riportiamo da un testo gnostico: “Dobbiamo imbiancare l’ottone, il Diavolo, che è il nostro allenatore psicologico ed è anche il guardiano delle porte del Santuario affinché vi entrino i soli eletti, ovvero coloro che hanno potuto superare tutte le prove da lui imposte”.

Questo arcano ci dice che se vogliamo realizzare il Cristo intimo, se vogliamo realizzare la stella a cinque punto che è l’Uomo (la parola Uomo in una delle sue accezioni sta a significare “Corona del regno”), dobbiamo lavorare con la trasmutazione delle energie sessuali, con l’arcano A.Z.F degli gnostici, solo nella camera nuziale abbiamo la possibilità di redimerci, di lavorare ai nostri difetti psicologici, alle nostre pulsioni/tendenze, che non ci permettono di manifestare la nostra natura superiore/divina, lavorare ad equilibrare le funzione dei chakra inferiori, o centri della macchina umana come troviamo nell’insegnamento del Signor Gurdjieff, attraverso l’utilizzo “armonico” dell’energia vitale/sessuale.

Il Mito quindi ci esorta ad abbandonare le nostre tendenze ed a consacrarci a Cristo, che non è la consacrazione all’istituzione cattolica o ad una qualsiasi altra istituzione religiosa o gruppo pseudo-iniziatico, ma una consacrazione intima, al Cristo interno, alla coscienza Cristica che si trova dentro ognuno di noi. Il seme di senape raccontato nei testi evangelici.

“A che cosa è simile il regno di Dio, e a che cosa lo rassomiglierò? È simile a un granellino di senape, che un uomo ha preso e gettato nell’orto; poi è cresciuto e diventato un arbusto, e gli uccelli del cielo si sono posati tra i suoi rami”. (Luca 13,18-19)

Continuando l’analisi del mito Agatino, a questo punto dopo essere diventata Diaconessa (la parola è di origine greca: è il femminile di diacono, dal greco διακονος, diakonos, che significa “servitore“), Agata viene notata dal proconsole Quinziano, che invaghito dalla sua bellezza la tenta in tutti i modi possibili, leciti e non per farla cedere alle sue richieste; ovvero quando la coscienza inizia a destarsi, l’ego/aggregato non vuole e non può permettersi che quest’ultima porti avanti le sue nuove volontà, perché sarebbe troppo pericoloso anche e soprattutto per lui.

“Alla fine, quando l’avversario viene sfidato e interrogato, significa che è messo in dubbio l’investimento della vittima e quindi anche la sua intelligenza. Nessuno può accettarlo. Nemmeno da sé stesso”. (Jake Green – Revolver)

Le tentazioni e le sofferenze a cui viene sottoposta Agata, dal nostro punto di vista, rappresentano il “lavoro” che ognuno deve fare su di sé, lavoro appunto che è frutto di sforzi coscienti e sofferenze volontarie, ovviamente le sofferenze volontarie non devono diventare tortura di sé stessi, ci pensa la vita a metterti di fronte alla situazioni di cui hai bisogno, il “volontario” sta a significare che tocca accorgersi in tempo, stare sul pezzo di ciò che accade nella vita, essere presenti agli avvenimenti, positivi e negativi da cui si può estrarre il “sale”, come spesso troviamo riferito dagli alchimisti medioevali, che è l’esperienza che fa la coscienza.

Tra le varie tentazioni a cui Agata viene sottoposta c’è proprio la tentazione sessuale, l’abbandono alla lussuria, alla fornicazione. Secondo una tradizione cabalistica, Adamo aveva due mogli, Lilith e Nahemah, questi, più che personaggi fisici rappresentano due forme deviate dell’utilizzo dell’energia vitale/sessuale dovute al condizionamento ricevuto e alle tendenze che si cristallizzano nella “presenza generale” dell’individuo nell’arco della vita, che troviamo, schematizzando, nella sfera dell’infra-sessualità, come viene definita in alcuni ambienti. Nella “sfera di Lilith”, troviamo quindi le perversioni sessuali (omosessualità, sadismo, masochismo, feticismo, pedofilia ecc.), e certi comportamenti sessuali alterati, nella “sfera di Nahemah”, troviamo la prostituzione, l’adulterio, la pornografia, gli eccessi sessuali in genere, e tutti i comportamenti caratterizzati dall’impossibilità di darsi una disciplina nella sfera sessuale. Alla luce di questo possiamo capire perché ad un certo punto il prete diventa “pedofilo” e la suora diventa “acida”, poiché degenerando (tramite dogmi imposti, vedi celibato) l’energia sessuale e non avendo elementi e pratiche per dirige quella energia verso qualcosa di diverso dall’atto riproduttivo, questa degenera e marcisce creando delle effigi che si trasformano nelle forme di perversione di cui dicevamo sopra.

“Egli allora mette in atto un programma di rieducazione della ragazza affidandola ad una cortigiana di facili costumi di nome Afrodisia, affinché la rendesse più disponibile. Trascorse un mese, sottoposta a tentazioni immorali di ogni genere, con festini, divertimenti osceni, banchetti; ma lei resistette indomita nel proteggere la sua verginità consacrata al suo Sposo celeste, al quale volle rimanere fedele ad ogni costo”.

La castità di cui stiamo parlando non ha niente di morale o dogmatico come la chiesa ha perpetrato negli anni, ma stiamo parlando di una castità scientifica, ovvero dell’utilizzo del energia vitale/sessuale, non per generare un corpo fuori nel mondo, ma indirizzarla ad un lavoro interno, per generare quelli che vengono chiamati corpi interni o corpi solari. L’Ermete Trismegisto/Thot della tradizione Egizia, il tre volte magnifico, ci parla dello stesso principio, essere ermetici; nei pensieri, fermando la chiacchiera mentale, il parlare inutile; nei sentimenti, riuscendo a gestire il fuoco dell’emozionale; e nel corpo fisico, cioè nella sfera sessuale/vitale lavorando alla trasmutazione dell’energia nella camera nuziale.

“il sesso è la nostra principale fonte di schiavitù ma anche la nostra principale possibilità di liberazione”. (G.I. Gurdjieff)

Dopo aver superato questa prova, senza mostrare cedimento alcuno, a simboleggiare la forte volontà sviluppata attraverso le sofferenze e gli sforzi di cui la coscienza si deve fare carico per emergere dagli abissi dei propri aggregati o ego, Agata viene condannata a morte, non prima di subire altre torture, le vengono stirate le membra, lacerato il corpo con pettini di ferro, scottata con lamine infuocate, inoltre Quinziano in preda all’ira le fece strappare o tagliare i seni con enormi tenaglie. Quest’ultima tortura è forse la più crudele e sicuramente quella che più di tutte ha reso il mito di Agata noto nella crescente, all’epoca, religione cristiana, che successivamente l’ha portata alla canonizzazione come santa, vergine e martire, e che costituirà in seguito il segno distintivo del suo martirio, infatti Agata viene rappresentata con i due seni posati su un piatto e con le tenaglie.

A livello simbolico il taglio dei seni a molto a che fare con l’abbandonare l’importanza personale, con il morire a se stessi, ciò che muore è l’ego, non muore nessuno nel mondo(?), nei testi sacri o nei racconti mitologici la morte è intesa come interiore, il seno simbolo di femminilità e di nutrimento in particolare per i popoli più antichi, rappresenta in questo caso la parte a cui si è più legati, attaccati, l’ultimo nodo da sciogliere, di cui è necessario liberarsi, se si vuole uscire dalle trame dell’ego, poiché, è proprio quest’ultimo che si preoccupa, che ha attaccamenti, sa che: “tutto ciò che ha un inizio ha una fine”, per citare il film Matrix. Essendo l’anima eterna (ricordiamo che l’eternità non è un tempo lungo ma “assenza di tempo”), l’aggregato/ego a tutto l’interesse a non cedere terreno a quella parte che sta lentamente svegliandosi.

“Lei non da perché è bene, ma da perché fa male a lui”. (Avi – Revolver)

“Devi dare tutto, devi dare tutto per un solo mio bacio!” (antico rituale gnostico)

Morire a se stessi, l’ultimo sacrificio (dal latino: sacrificare, composto da sacrum azione sacra e ficium per facere fare) a cui siamo chiamati, fare sacra la nostra esperienza nel mondo, la nostra vita, realizzare la coscienza, morire alla nostra animalità è umanità (nel senso di natura umana).

“Riportata in cella sanguinante e ferita, soffriva molto per il bruciore e dolore, ma sopportava tutto per l’amore di Dio; verso la mezzanotte mentre era in preghiera nella cella, le appare S. Pietro apostolo, accompagnato da un bambino porta lanterna, che le risana le mammelle amputate”.
Quando Agata viene riportata in cella avviene il miracolo, le appare San Pietro accompagnato da un bambino porta lanterna, il mito cui ci dice chiaramente che la porta da cui si accede ai misteri della vita e della rigenerazione, è il sesso. Pietro il cui nome originale e Patar, PTR, o Pitris ovvero la pietra angolare sui cui si fonda la base del tempio (interiore), il Cristo disse: Tu sei Pietro [la Pietra] e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa”, la pietra filosofale di cui parlano gli alchimisti medioevali, l’arca dell’alleanza del popolo ebraico, si riferisce sempre al sesso, all’energia vitale/sessuale trasmutata. Il bambino porta lanterna, non a caso, rappresenta proprio la visione, la lanterna contiene l’olio, l’oro potabile, in passato l’olio veniva utilizzato per accendere le lanterne affinché portasse la luce. Cristo vuol dire proprio l’unto dal crisma, cioè colui che ha acquisito la visione, la manifestazione della luce, per questo l’ulivo viene rappresentato come albero sacro, ancora prima dell’avvento del cristianesimo ricordiamo che nell’antica Grecia era sacro alla dea Atena, simbolo di giustizia e sapienza.

Il bambino porta lanterna, quindi rappresenta la luce dello spirito, che è come un fanciullo che viene di notte a portare conforto, a donare sollievo, come nella parabola delle dieci vergini (Vangelo secondo Matteo 25,1-13), sollievo non per continuare a vivere nel mondo, ma inteso proprio come nel termine etimologico, dal latino sublevare, formato da sub cioè “sotto” e da levare ossia “alzare” la vibrazione ad un piano più elevato, vibrare alla coscienza del Cristo, vivere nel mondo ma allo stesso tempo non essere del mondo. Attraverso la porta di Pietro, che nell’iconografia viene rappresentato come colui che tiene le chiavi del paradiso, una d’oro e l’altra d’argento che sono ancora le due parti, maschile e femminile, la via solare e la via lunare, il custode della porta santa che è il sesso, tramite il quale possiamo realizzare una nuova visione che ci porta all’acquisizione della coscienza.

Inoltre, quando nell’adolescente si sveglia l’energia sessuale in lui avviene anche un’altra consapevolezza, per la prima volta nella vita sperimenta l’inevitabilità della morte, il suo corpo si prepara alla possibilità di generare un’altra forma di vita, inconsciamente il messaggio è proprio questo, generare un altro essere che prenda il suo posto, non a caso è noto che il “pomo d’Adamo” cresca nei maschi proprio quando si sveglia l’energia sessuale, il 2° ed il 5° chakra sono collegati, il verbo creatore, la laringe, ciò vuol dire imparare a guidare il verbo attraverso l’utilizzo della forza vitale/sessuale.

“Trascorsi altri quattro giorni nel carcere, viene riportata alla presenza del proconsole, il quale visto le ferite rimarginate, domanda incredulo cosa fosse accaduto, allora la vergine risponde: “Mi ha fatto guarire Cristo”. Ormai Agata costituiva una sconfitta bruciante per Quinziano, che non poteva sopportare oltre, intanto il suo amore si era tramutato in odio e allora ordina che venga bruciata su un letto di carboni ardenti, con lamine arroventate e punte infuocate. Mentre Agata spinta nella fornace ardente muore bruciata, un forte terremoto scuote la città di Catania e il Pretorio crolla parzialmente seppellendo due carnefici consiglieri di Quinziano; la folla dei catanesi spaventata, si ribella all’atroce supplizio della giovane vergine, allora il proconsole fa togliere Agata dalla brace e la fa riportare agonizzante in cella, dove muore qualche ora dopo”.

Con quest’ultima prova Agata muore, o meglio è la personalità che muore e lascia libero spazio alla manifestazione della coscienza. I Carboni ardenti di cui si parla in questo passo rappresentano proprio il lavoro sull’emozionale, riuscire a veicolare il proprio fuoco interiore, dopo essere giunti ad avere la capacità di gestire le emozioni, fermare la chiacchiera mentale ed a gestire l’energia vitale, possiamo (schematizzando) affermare che si è creato quello che viene chiamato nell’insegnamento del signor Gurdjieff, un “centro di gravità permanente”, ovvero la coscienza inizia ad essere sempre presente nella “presenza generale” dell’individuo.

Il mito di Sant’Agata secondo questa visione filosofica/iniziatica è dunque un processo interno a cui ogni uomo o donna di buona volontà può accedere, molto diverso da quello che viene raccontato e veicolato dalle istituzioni religiose.

Origini della festa

Diversa è invece l’origine della festa, che si perderebbe secondo alcune fonti nella notte dei tempi. Secondo una tradizione che risale ad antichi scrittori, si parla d’una festa che nell’età “pagana” ogni anno si celebrava a Catania in onore d’una statua di donna, che stringeva al seno un bambino e ch’era trasportata trionfalmente in giro per la città. Gli stessi scrittori, mettendo in relazione quella festa con Sant’Agata, trovavano che il fasto e la devozione che il popolo dimostra alla santa si erano innestati sul tronco dell’antico rito; e riferendosi ad un’altra antica tradizione che parlava di una simile festa presso gli Egizi nell’epoca anteriore al cristianesimo, reputano che la festa sia proprio venuta dall’Egitto. La possibile verità è che quell’antica festa di Catania era in onore di Iside e che essa poi si sostituì poco alla volta alla popolarissima festa di Sant’Agata.

Il culto di Iside in Sicilia si sviluppa quando la dea viene identificata con la tanto celebrata Proserpina, altro mito i cui avvenimenti che si raccontano, li ritroviamo anch’essi in terra sicula, più precisamente nella provincia Ennese. Tale identificazione era comune allora; Apuleio afferma esplicitamente che i Siculi chiamavano Iside Proserpina. Secondo quanto riferisce lo studioso Emanuele Ciaceri che cita la descrizione lasciata dal filosofo Apuleio nella celebre Metamorfosi, l’antica festa di Iside in Corinto che a Roma venne chiamata “Isidis navigium”, avrebbe parecchi punti in comune con la festa di S. Agata.

Ad esempio; La festa dedicata a Iside, chiamata “Iside Pelagia” era una festa marinara, poiché il rito imponeva la processione verso il mare laddove veniva consacrata alla dea la nave che poi sarebbe stata slanciata nel mare. E d’origine marinara pare fosse anche la festa di S. Agata. La processione dal tempio scendeva alla marina, come avveniva in Corinto, non per lanciare in mare la nave, ma perché là era approdata la barca recante le Sacre Reliquie della Santa. Precisamente secondo la leggenda al castello di Aci (Aci castello, oggi). L’origine dell’attuale usanza del sacco bianco Agatino, prende spunto dalla tunica di lino bianco (che sta ad indicare la purezza) che indossavano in processione gli adepti della dea Iside. Alla festa inoltre, grande ruolo svolgevano le donne. Non mancava infatti il ricorso alla mascherata come avveniva nella festa celebrata a Corinto. Il riferimento è al rito delle “ntuppateddi” (la parola “ntuppatedda” ha la sua radice etimologica, nella parola “tuppa” del dialetto siciliano, ovvero quella membrana che chiude il guscio di talune chiocciole), in voga fino allo scorso secolo, quando le donne usavano mascherarsi. Tre erano gli elementi che caratterizzavano l’usanza, il travestimento, la richiesta di doni e l’ inconsueta libertà di cui le donne in quei due pomeriggi potevano godere.

La dea Iside, tra l’altro rappresenta il simbolo di Sposa e Madre (elemento che ritroviamo nella allora nascente religione cattolica, rappresentato da Maria vergine), dea della fertilità che insegno alle donne d’Egitto l’agricoltura, la Madre Cosmica, la Divina Madre Kundalini, l’arcano numero due dei tarocchi egizi cioè “la sacerdotessa”, la scienza Occulta, che rappresentava la forza produttrice della natura, la forza della madre terra, Marà la grande madre, appunto. Anche a livello antropologico si sostiene che Agata sia la trasformazione cristiana di antiche divinità pagane, o meglio dal nostro punto di vista il principio che rappresentavano quelle divinità sia stato assimilato ad Agata, ad esempio: Iside, Venere, Astarte, Ericina, Demetra, Persefone-Core tutte esempi di raffigurazioni della divina madre.

Sicché durante il rito, nella processione a Corinto, un ministro del culto portava in mano un vasetto d’oro a forma di mammella e alla presenza del popolo faceva libazione di latte. Il riferimento alla festa di S. Agata consiste nel seno strappato alla Santa, che quivi prendeva il posto della dea egizia, che simboleggiava la forza produttrice della natura, che era considerata come la dispensiera del latte all’umanità nascente, in forza del quale durante la festa Agatina le donne sofferenti offrono oggi mammelle di cera quale riconoscenza per la guarigione ottenuta.

Agli studi antropologici “classici” che abbiamo riportato, si può ulteriormente aggiungere lo studio eseguito dalla archeologa Marija Gimbutas, che con le sue tesi presentate nel libro “Il Linguaggio della Dea: Mito e Culto della Dea Madre nell’Europa Neolitica”, ci presenta una visione della storia diversa ed alternativa a quella riconosciuta come ufficiale, in cui il ruolo della donna viene presentato come centrale, quest’ultima era infatti il centro di tutte le attività sia politiche che religiose. Tramite le sue ricerche sappiamo anche, che la più antica rappresentazione delle parti del corpo femminile (seni, glutei, ventre, ecc) risale al tempo in cui i popoli, non avendo ancora capito il processo biologico della riproduzione (l’accoppiamento come causa della gravidanza) dovettero darsi una divinità che fosse l’estensione macrocosmica del corpo femminile. Si tratta di una Creatrice Cosmica, dispensatrice della vita e della nascita. A queste parti essenziali del corpo femminile fu attribuito il potere miracoloso della procreazione. Possiamo quindi capire la venerazione per le reliquie di Sant’Agata.

Altro elemento che collega il culto di Iside a quella Agatino è il miracoloso velo di sant’Agata, che secondo una leggenda è il velo usato da una donna per coprire la Santa durante il martirio con i carboni ardenti. Alcuni riferimenti storici invece ci dicono che essendo Agata una Diaconessa consacrata a Dio, il cosiddetto “velo” di colore rosso faceva parte del vestimento con cui Agata si presentò al giudizio, essendo questo, indossato su una tunica bianca, l’abito delle diaconesse in uso in quel periodo storico. Secondo un’altra leggenda il velo era bianco e diventò rosso al contatto col fuoco della brace. Dal nostro punto di vista il velo colorato di Iside/Agata è simile al velo di Maya di cui parla la filosofia indiana. Esso rappresenta le molteplici forme della natura nelle quali è rivestito lo spirito.

“Io sono colei che è stata, che è e che sarà e nessun mortale ha sollevato il mio velo”. (antico rituale gnostico)

L’idea è che lo Spirito Creativo si rivestì in forme materiali di grande diversità e che l’intero universo che noi conosciamo fu fatto in questo modo, è cioè la manifestazione, sotto forma materiale, dello spirito del Creatore. Plutarco disse: “Iside è il principio femminile della natura e quello che è in grado di ricevere tutto ciò che è creato”, a causa di ciò è stata chiamata “Nutrice “ e “Omni-ricevente” da Platone.

Perciò il velo di Iside rappresenta l’illusione delle forme materiali, la Matrix, che comprende tutti gli oggetti esterni a noi, la cui bellezza e tragedia vela ai nostri occhi lo spirito. Tuttavia in alcuni momenti di particolare intuizione, indotti forse dal dolore o dalla sofferenza o da una grande gioia, possiamo improvvisamente renderci conto che ciò che costituisce l’ovvia forma del mondo, non è quella vera, quella reale. Il velo simboleggia quindi che i segreti della Madre Natura sono occulti, celati e solo dopo incessanti purificazioni, meditazioni e sacrifici (cioè il lavoro che bisogna fare su di sé) si riesce a sollevarlo.

E’ chiaro come nelle vite dei santi e nelle nostre feste religiose si siano conservati e tramandati molti elementi del culto “pagano”, come anche nella storia dell’arte sacra si siano tramandati certi caratteri e archetipi del tipo della dea egiziana che si vede rappresentata col suo bambino lattante, o anche di altri elementi ad esempio l’angelo Mikael (ebraico מיכאל, che significa “chi è come Dio?”) della tradizione ebraica che verrà cristianizzato nel Mito di San Giorgio o il greco Fetonte che rappresenta ancora lo stesso archetipo. Esempi di tali assimilazione li possiamo trovare anche in altre culture come quella Induista, o sudamericana come Aztechi e Maya.

Conclusioni

Questo breve articolo di studio sul mito di Sant’Agata non vuole essere considerato come esaustivo, l’interpretazione dei simboli e del significato esoterico e del tutto personale, non suffragata da nessuna tesi esistente in precedenza o fonte terza. Per le altre informazioni rimandiamo alla bibliografia di cui sotto.

Bibliografia

“The matrix una parabola moderna“, di Rocco Bruno

“Sicilia esoterica” di Marinella Fiume

“Vedute sul mondo Reale” di G.I. Gurdjieff

“Tarocchi e cabala”, di Samael Aun Weor

“Il matrimonio perfetto”, di Samael Aun Weor

“Culti e miti nella storia dell’antica Sicilia”, di Emanuele Ciaceri

Spunti bibliografici su Sant’Agata a cura di LibreriadelSanto.it

Appunti privati, incontri di studio sui testi gnostici.

DiPlacido Schillaci

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