Mafia | Virus e Cancro della società contemporanea

“La più completa ed essenziale definizione che si può dare della mafia, crediamo sia questa: la mafia è un’associazione per delinquere, coi fini di illecito arricchimento per i propri associati, che si impone come intermediazione parassitaria, e imposta con mezzi di violenza, tra la proprietà e il lavoro, tra la produzione e il consumo, tra il cittadino e lo Stato” (Leonardo Sciascia)

 

Nelle ultime settimane abbiamo assistito, volente o nolente, attraverso diversi mezzi di informazione, servizi tv, speciali in prima serata, articoli sui giornali e blog, alla morte del capo dei capi, il boss dei boss, tale Salvatore Riina detto Totò, figura di primaria importanza nel panorama della criminalità organizzata, soprattutto della mafia siciliana chiamata “Cosa Nostra”. Personaggio quest’ultimo, che ha segnato in maniera indelebile la storia italiana del secondo dopo guerra, che ha portato agli inizi degli anni novanta, attraverso la stagione delle stragi, soprattutto quelle in cui morirono i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, alla ribalta nazionale l’annoso problema della “mafia”. Mafia (etimo che presumibilmente deriva dall’arabo maèhfil  adunanza, luogo di riunione o ma-hias spacconeria, riferita agli affiliati) che potremmo definire come un organizzazione a delinquere basata su un modello sociale speculativo, che vive e si insinua nelle trame e nelle menti più oscure e deboli della nostra società, modello che trova nelle regioni del meridione (purtroppo) il suo massimo apice di sviluppo.

La morte, come dicevamo, di un personaggio di tale portata (se cosi possiamo definirlo) fa sorgere in ognuno di noi, sentimenti, emozioni, stati d’animo e ricordi, soprattutto per chi vive in Sicilia, profondamente negativi, nefasti. Quello che cercheremo di fare in questo articolo non è tanto analizzare i personaggi o le varie mafie dal punto di vista organizzativo, strutturale  o di denuncia, come ha fatto lo scrittore Roberto Saviano nel suo “Gomorra”, piuttosto andremo ad analizzare attraverso una visione antropologica, la mentalità, le dinamiche, il tessuto sociale che porta un essere umano a voler farne parte, il mito (eh già, purtroppo c’è pure il mito) che si è creato dell’essere mafioso.

Per chi, come me, nato e cresciuto nella Sicilia degli anni novanta, quella in cui le stragi dei giudici Falcone e Borsellino avevano generato nella maggior parte della popolazione, forse per la prima volta in maniera cosi chiara e netta, sgomento, rabbia, frustrazione, percezione della totale mancanza di giustizia e dello stato italiano, ma che nello stesso tempo stavano pian piano facendo prendere coscienza alla popolazione di essere in balia di uomini (se cosi possiamo definirli) senza scrupoli, con infiltrazioni ed agganci a tutti i livelli, dai tessuti sociali più bassi, fino ai rapporti con lo stato, le banche, la politica, la chiesa e molto altro, il fenomeno mafioso viene visto e vissuto come qualcosa di profondamente negativo e condannabile, un cancro che genera nella società, nella popolazione e nei centri urbani in cui è presente (ed è ancora molto presente) paura, odio, rabbia, ritorsioni, abusi, omertà, discriminazione ed altro, un vero è proprio virus che ha infettato parti sempre più ampie della società.

 

“Ci sono in molti paesi delle fratellanze, specie di sette che diconsi partiti, senza riunione, senza altro legame che quello della dipendenza da un capo, che qui è un possidente, là un arciprete. Una cassa comune sovviene ai bisogni, ora di fare esonerare un funzionario, ora di conquistarlo, ora di proteggerlo, ora d’incolpare un innocente… Molti alti magistrati coprono queste fratellanze di una protezione impenetrabile” (Pietro Calà Ulloa)

 

Una domanda sorge spontanea: come mai esiste ed è cosi radicato un fenomeno che da tutti, almeno apparentemente , è condannato ed etichettato come uno dei mali assoluti della nostra società? La risposta non è per nulla semplice, anzi, per capire meglio il fenomeno dobbiamo fare un attenta analisi di come funziona l’essere umano (in particolare quella parte che per esigenze di studio chiamiamo psiche), quali sono i motivi, le leve, le dinamiche che spingono uomini di tutte le estrazioni sociali a volerne fare parte.

Dalle fonti storiche, possiamo osservare come si sviluppa ed afferma il fenomeno. Inizialmente nasce dall’aggregazione di gruppi di persone che formavano delle vere e proprie associazioni o comunità, che almeno in un primo tempo, nascevano dalla necessità di contrastare la costante pressione di uno stato o meglio, in quel periodo di un regno, che vessava continuamente il popolo ed i contadini siciliani, in una terra in cui il sistema feudale stentava ad essere abbandonato, e che ancora oggi per quanto possa sembrare impossibile rimane, se non nella forma, nella mentalità di alcune realtà rurali e non solo. A questo proposito l’unico modo per poter combattere i “potenti” era attraverso azioni sovversive che colpivano gli interessi economici di questi ultimi. La storia ci insegna, che ciclicamente sono sempre accaduti eventi di questo genere, che il popolo allo stremo ed alla disperazione, si ribella ai potenti, agli imperatori, ai Re. I vespri siciliani sono forse l’esempio più eclatante da questo punto di vista, forse è anche per questo che si mormora che la mafia nasca proprio in quel periodo, ma di mormorii, storielle, miti e leggende è piena tutta la nostra cultura, quello che dobbiamo osservare è invece il modo in cui questo si sviluppa, possiamo, facendo le giuste considerazioni, osservare la sinistra intelligenza che sta dietro all’affermarsi del fenomeno, all’intuire il grande inganno della società. Una società, uno stato, un regno che era basato sui soprusi, sulla paura, sulla legge del più forte, sul patriarcato, sull’inganno, sulla violenza e sull’egoismo come mattone fondamentale per la scalata al potere, ovviamente poco di quello che ci viene raccontato nei libri di scuola corrisponde a realtà, queste sono le verità taciute, e su queste verità la mentalità mafiosa trova terreno fertile su cui iniziare ad espandersi, cavalcando proprio tutte queste dinamiche egoiche. Cosi facendo si crea un sistema parastatale parallelo, più vicino al popolo, che conosce e capisce le motivazioni dei contadini, ma le buone intenzioni hanno vita breve, poiché le dinamiche di potere, di controllo, di prevaricazione e di abusi, iniziano velocemente a farsi strade nei primi esponenti di questi movimenti, che di li a poco chiameremo mafiosi. Si capisce come, trovando terreno fertile nell’ignoranza e nella fame di potere che l’essere umano ha sviluppato nel corso dei secoli, la possibilità di creare attraverso azioni criminali quel potere tanto agognato, fa si che la nascente mentalità mafiosa prenda sempre più piede all’interno di alcune comunità siciliane.

Questo fenomeno purtroppo è più esteso di quanto sembri, non a caso abbiamo scritto di “mentalità mafiosa”, perché nei secoli si è creata una vera è propria mentalità, non solo chi fa attivamente parte dei gruppi, clan, cosche o come vogliono farsi chiamare, agisce e si muove all’interno di specifici binari psicologici, ma purtroppo il tessuto sociale è intriso di questi binari, specialmente le persone che vivono nel mezzogiorno, sono portate costantemente a trovarsi, coscientemente o meno, in questi binari. Gli esempi possono essere molteplici, ma non è questo che ci interessa, quello che ci interessa è capire come il fenomeno sia ormai di tipo sociale e culturale.  

Possiamo evincerlo anche dal fatto che, nonostante le continue azioni militari, che portano sistematicamente all’arresto di decine e decine di malviventi, non si è ancora riusciti a creare un vero è proprio arresto del fenomeno. Questo avviene semplicemente (si fa per dire) perché alla base non c’è una cultura che sostituisca, o meglio, che non crei, soprattutto nei soggetti più a rischio, la mentalità mafiosa in essere.

Bisogna creare un nuovo tipo di educazione, perché, è facile osservare che quella attuale è fallace, non crea “veri uomini” ma burattini, marionette facili da manipolare, intricati nelle trame dell’ego. A che serve compiere continue azioni militari, se non si pensa ad arginare ed estinguere il fenomeno alla radice? Certo facile a dirsi, un po’ meno a farsi, ma se ognuno di noi non inizia ad accorgersi di quando nella nostra giornata sperimentiamo, odio, rabbia, rancore, invidia, brama di potere, voglia di sopraffazione e molto altro, che generano quegli atteggiamenti che possiamo definire mafiosi nei confronti degli altri, come possiamo cambiare l’attuale mentalità in essere?  E’ impensabile arginare ed estinguere il fenomeno se alle spalle dei continui arrestati ci sono altre decine, centinaia, migliaia di personaggi con la stessa mentalità che prendono immediatamente il loro posto.  

Bisogna sforzarsi tutti insieme di creare una società che abbia come centro di gravità permanente l’amore, la libertà, la legalità, la giustizia, l’uguaglianza, la condivisione, la gioia, il rispetto dell’essere umano e di tutto ciò che gli è prossimo. Solo cosi possiamo contrastare il fenomeno mafioso, con le guerre, le battaglie, le sfide non si risolve un bel niente, se non l’unica conseguenza di generare altra rabbia, odio e competizione, creando un loop, un serpente che si morde la coda, da cui e sempre più difficile uscirne.

Questo scritto, per tanto, non vuole essere risolutivo di un fenomeno che da centinaia di anni è presente e vessa continuamente il popolo ed il territorio siciliano e non solo, piuttosto vuole essere un punto di vista, uno spazio di coscienza, affinché sempre più persone possano capire ed agire di conseguenza, nel loro piccolo, all’estirpazione di quello che è divenuto un cancro della società attuale, partendo da noi stessi, dalle nostre azioni e abitudini, dalle nostre reazione meccaniche alle dinamiche che viviamo quotidianamente. La rivoluzione parte da dentro, partendo da dentro possiamo realizzare meraviglie anche all’esterno.

 

“La lotta alla mafia dev’essere innanzitutto un movimento culturale che abitui tutti a sentire la bellezza del fresco profumo della libertà che si oppone al puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e quindi della complicità.”  (Paolo Borsellino)

 

 

Di:Placido Schillaci

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