Il ritorno della Dea | Un modello alternativo

In questo articolo cercheremo di dare una possibile ipotesi delle dinamiche che hanno portato la società contemporanea sull’orlo del disastro economico, politico, sociale e religioso. Partendo dagli albori o almeno da quello che la storia ci indica come i primi insediamenti della civiltà umana.

Sappiamo per certo che molto è stato scoperto in questo ambito, ma allo stesso tempo c’è ancora molto da scoprire. La scienza, coadiuvata dalla continua innovazione tecnologica, ha fatto passi da gigante negli ultimi decenni, soprattutto per quanto riguarda l’utilizzo delle nuove tecnologie in ambito archeologico. Innovazioni che hanno dato la possibilità di effettuare nuove scoperte, con la conseguenza di rivedere, rivalutare e spesso rivoluzionare la datazione (solitamente posticipandola) della comparsa di determinate specie umane, e di conseguenza la nascita di quelli che possiamo definire i primi gruppi sociali.

In particolar modo, quello che ci interessa affrontare in questo scritto è la teoria sviluppata nella seconda metà del novecento, dall’archeologa lituana Marija Gimbutas, e successivamente dall’antropologa austriaca Riane Eisler, secondo cui ben prima della razza indoeuropea, nel periodo definito neolitico, che va all’incirca dal 8000 al 3000 a.C, soprattutto nella parte sud o mediterranea dell’attuale continente europeo, si siano stanziate delle società che la stessa Gimbutas definì “Società Gilaniche”, ossia società non patriarcali, non violente e prive di una gerarchia sociale, in cui uomini e donne godevano degli stessi diritti, ed il cui culto principale era la venerazione della Dea Madre o Grande Madre.

L’idea di una società che abbia princìpi, modi, idee, cultura e molto altro, completamente diversa, e per certi versi quasi antitetica, a quella che noi oggi conosciamo, rimane per molti solo un modo romantico di guardare al passato o un utopia neolitica, ma come dicevamo, studi approfonditi, non solo della Gimbutas e delle Eisler, ma precedentemente effettuati dal filologo tedesco Otto Schrader e dall’archeologo V. G. Childema, e successivamente da un altro archeologo di fama internazionale come J.P Mallory, hanno dimostrato che una società diversa, non solo è possibile ma è già esistita.

L’attuale sistema sociale, basato fondamentalmente sulla guerra (ebbene si, anche se noi non lo percepiamo, al momento attuale ci sono più di 400 conflitti nel mondo), sull’imposizione violenta del più forte sul più debole (anche e soprattutto economica), sullo sfruttamento delle classi meno abbienti, sulla gerarchia sociale, sul patriarcato, sull’autoritarismo, sulla discriminazione razziale e molto altro, nasce nei secoli come conseguenza della comparsa di quei popoli che vengono chiamati dalla Gimbutas “Popoli Kurgan”. Di questi popoli, attraverso gli studi e le scoperte che abbiamo a disposizione, sappiamo che erano abituati, per via delle condizioni in cui vivevano (quindi non per malvagità o cattiveria, la morale in questo caso non è d’obbligo), nelle steppe comprese tra Mar Nero e Caucaso (steppe pontico-caspiche) ad utilizzare come strumento per sopravvivere, la forza, la violenza, lo sterminio ed il saccheggio.

 Il termine kurgan indica l’insieme di culture preistoriche e protostoriche dell’Eurasia (Europa orientale, Asia centrale e Siberia, fino ai Monti Altai e alla Mongolia occidentale), che usavano seppellire i morti di alto rango in tumuli funerari, edificati a partire dal 4000 a.C. circa e particolarmente nell’Età del Bronzo. Deriva da una parola turco-tartara che indica collinette o tumuli contenenti una sepoltura in una tomba a fossa, una casa sepolcro o una tomba a catacomba. (Fonte Wikipedia)

Quello che ci interessa non è andare a scoprire il “perché” ed il “come” questi popoli hanno sviluppato queste caratteristiche, piuttosto osservare come, da questi antichi popoli, che per motivi geografici e di sopravvivenza hanno dovuto adattarsi a queste dinamiche, ad oggi la linea seguita dalle diverse società, gruppi, clan, imperi, o pseudo democrazie, è stata proprio quella della guerra e della lotta, dell’usurpazione e della violenza, dell’autoritarismo, del più forte (anche se ci sono delle eccezioni) che si impone con la forza sul più debole.

Per certi versi potremmo definirla come una “meccanica della violenza”, utilizzata come attributo principale da parte di alcuni gruppi, per la supremazia della propria tribù. Questo sistema, perfezionandosi nel tempo e nei secoli, ha generato sempre più una società, anzi più che una società una mentalità, che fa della violenza fisica e psicologica, e di tutto quello che abbiamo scritto precedentemente, la base su cui veicolare, le proprie vedute, le proprie idee e tutto il proprio sistema di credenze. Se guardiamo alla storia del mondo, possiamo osservare come questa dinamica si sia insinuata nella mente umana, presumibilmente, proprio a partire da quei popoli che oggi chiamiamo Kurgan. I regimi totalitari, quelli imperiali e le nostre pseudo “democrazie”, nascono proprio da questa nuova(si fa per dire) concezione sociale.

“La vera storia dell’umanità, la vera storia, niente finzioni, niente bugie.                             Africa, due milioni di anni fa. Esseri umani, poi si spostarono, emigrarono.                       Diecimila anni fa la civilizzazione. Tu.                                                                                        Quello sono io?                                                                                                                                              Si e anch’io, noi.                                                                                                                                              I prendi! e chi sono quelli blu?                                                                                                                Le società tribali (gilaniche) cacciatori, raccoglitori, agricoltori, non uccidevano mai, più animali del necessario, non aravano mai, più terra di quanta gliene occorresse. Combattevano, ma non incitavano mai alla guerra, non erano sterminatori, avevano un posto nel mondo, e del mondo loro facevano parte!                                                                    Loro dividevano con gli altri, cose che abbiamo cambiato.”                                                      (Dialogo tratto dal film INSTINCT)

Oltre all’utilizzo della forza, della violenza, dell’usurpazione, della strategia militare (dal greco antico stratos agos  cioè colui che agisce, che ha potere di agire, sul conflitto ), che questi popoli utilizzavano e che sono divenuti elementi fondanti delle società attuali, la cosa che è utile ed importante osservare, dal nostro punto di vista, è la differenza di culto tra le società Gilaniche e le società Kurgan. Il passaggio dal culto della Dea, quindi dal principio femminile collegato alla creazione ed alla vita,  al culto del Dio, maschile, della forza, della violenza, del castigo, da qui al patriarcato ed a tutto quello che ne concerne, il passo e breve. Le implicazioni di questo passaggio risultano essere fondamentali per lo sviluppo dell’attuale società.

Una società dove il ruolo principale era a panaggio del principio femminile, della Dea Madre come veniva chiamata, in quanto donatrice di vita ( in particolare la figura femminile era associata alle forze della vita e alla non violenza e le donne spesso erano rappresentate come dèe o sacerdotesse), sia a livello sociale che religioso, si può facilmente intuire come fosse una società in cui l’aspetto della sacralità della vita, della sensibilità, del rispetto della natura e degli altri, della condivisione, dell’arte, della bellezza, della mistica( intesa come stato di connessione con tutti gli elementi) dell’amore e di molto altro, fosse l’elemento fondamentale su cui girava tutta la comunità. Di conseguenza il sistema sociale basato su questi principi non poteva che essere un sistema integrato dove la vita sociale, politica e religiosa era egualitaria e non violenta, e l’essenza del tutto stava nel riconoscersi quale parte integrante della natura.

E’ abbastanza evidente come la nostra attuale società sia assolutamente lontana da queste caratteristiche, principalmente perché, l’aspetto femminile ed il ruolo della donna, sono stati sistematicamente rimossi. Essendo la donna, già da molti secoli, relegata al ruolo di comparsa, subordinata alle decisioni dell’uomo, sia in ambito sociale, che politico, per non parlare in ambito religioso, dove con l’avvento del cattolicesimo si è pensato bene(si fa per dire) di estrometterla da tutte le attività religiose e liturgiche. L’allontanamento della donna e dell’aspetto del femminile sacro come elemento fondamentale della società, ha generato una evidente degenerazione dell’attuale umanità.

“La donna è amore, innanzitutto: questa è l’unica definizione possibile, e lungi dall’essere esclusivamente poetica indica la grandezza della mente e del cuore femminile. Nella donna l’amore crea ed è alla base di ogni gesto, è la ragione per affrontare le difficoltà e le malattie, è il segreto per la pace e il governo di intere nazioni, è la spinta all’onestà e allo studio, è la conoscenza critica, è il supporto fondamentale per le migliori intelligenze.” (Umberto Veronesi)

Il ruolo della Dea è andato perduto, sostituito dal ruolo del Dio.                                                                      Con l’arrivo di questi popoli(kurgan) con il loro culto patriarcale, del Dio Padre dedito alla guerra, alla violenza, allo sterminio, all’uso della forza, e molto altro, le conseguenze generate, sono facilmente intuibili. Conseguenze che vediamo tutti i giorni sotto i nostri occhi. Una società basata sul maschilismo, sulla prevaricazione, sull’uso della forza, sul bullismo, sulla discriminazione, sul controllo e molto altro, non può generare altro che odio e violenza.

Se non riusciamo ad invertire la rotta, se l’uomo e la donna non collaborano nuovamente insieme in un rapporto paritario, di uguaglianza e di collaborazione reciproca, sia sociale che intima e personale, dove le caratteristiche di ognuno, emergono e si manifestano nel momento di maggior necessità, per superare le difficoltà che inevitabilmente emergono nella vita, abbiamo poche possibilità di uscire da questa impasse, da questa situazione di stallo in cui, a livello storico-culturale ci troviamo già da parecchio tempo. 

“Dominio, dobbiamo rinunciare ad una cosa solamente, al nostro  dominio.                       Non siamo i padroni del mondo, non siamo Re, ne Dei.                                                                 Possiamo rinunciare a questo?                                                                                                        Troppo prezioso tutto quel controllo?                                                                                          Troppo allettante essere un dio?”                                                                                                            (Dialogo tratto dal film INSTINCT)

 

 

Bibliografia

“Il linguaggio della Dea. Mito e culto della Dea madre nell’Europa neolitica” di Marija Gimbutas

“Kurgan. Le origini della cultura europea” di Marija Gimbutas

“Il calice e la spada. La civiltà della grande dea dal neolitico ad oggi” di Riane Eisler

 

 

Di: Placido Schillaci

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